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Perché ho deciso di non inserire la foto del corpo di Feltrinelli…

Perché ho deciso di non inserire la foto del corpo di Feltrinelli?

 

Sono venuto a conoscenza che nei giorni successivi all’incidente alcuni giornali decisero di pubblicare la foto del corpo straziato di Feltrinelli.
In un intervista radiofonica a Carlo Rossella che ho avuto modo di ascoltare, il giornalista parla della scelte che fece Panorama (testata per la quale era redattore) di pubblicare la foto del cadavere di Segrate. Al di là della scelta macabra, Rossella sente il dovere di farlo. Crede nella documentazione che della realtà quella foto compie. Sicuramente mi imbatto in un discorso molto complicato… però credo che nel clima di quegli anni quel tipo di scelta poteva avere un senso. Anni in cui la fotografia mostrava e documentava ciò che d’importante era da vedere… quasi come se ciò che non fosse stato riprodotto su pellicola fosse irrilevante. Sono anche convinto, che nonostante il ricordo dei morti in guerra era ancora fresco, le coscienze delle persone fossero molto lontane dal percepire la spettacolarizzazione che orami l’orrido è riuscito ad avere oggi. Penso alle foto quasi grottesche della soldatessa americana che sorride tra i corpi di uomini torturati e seviziati. Penso alle foto della faida di Secondigliano, dove si nota se si pone certa attenzione persino gli oggetti identificativi del potere della persona ammazzata. Lo scooter, l’orologio, le scarpe stanno lì non solo per i rilevamenti della polizia… ma sembrano gli oggetti funerari che accompagneranno il leader caduto in battaglia e che verrà seppellito con tutti i suoi più begli averi. Consentono persino di poter apprezzare e bramare una morte tragica e dolorosa.
Feltrinelli invece muore in un incidente… nel tentativo di fare esplodere un traliccio. Muore cercando di avere addosso qualcosa che non lo identifichi. Un documento falso. Una foto senza baffi.

Perché ho deciso di non inserire la foto del corpo di Feltrinelli?

 

Sono venuto a conoscenza che nei giorni successivi all’incidente alcuni giornali decisero di pubblicare la foto del corpo straziato di Feltrinelli.
In un intervista radiofonica a Carlo Rossella che ho avuto modo di ascoltare, il giornalista parla della scelte che fece Panorama (testata per la quale era redattore) di pubblicare la foto del cadavere di Segrate. Al di là della scelta macabra, Rossella sente il dovere di farlo. Crede nella documentazione che della realtà quella foto compie. Sicuramente mi imbatto in un discorso molto complicato… però credo che nel clima di quegli anni quel tipo di scelta poteva avere un senso. Anni in cui la fotografia mostrava e documentava ciò che d’importante era da vedere… quasi come se ciò che non fosse stato riprodotto su pellicola fosse irrilevante. Sono anche convinto, che nonostante il ricordo dei morti in guerra era ancora fresco, le coscienze delle persone fossero molto lontane dal percepire la spettacolarizzazione che orami l’orrido è riuscito ad avere oggi. Penso alle foto quasi grottesche della soldatessa americana che sorride tra i corpi di uomini torturati e seviziati. Penso alle foto della faida di Secondigliano, dove si nota se si pone certa attenzione persino gli oggetti identificativi del potere della persona ammazzata. Lo scooter, l’orologio, le scarpe stanno lì non solo per i rilevamenti della polizia… ma sembrano gli oggetti funerari che accompagneranno il leader caduto in battaglia e che verrà seppellito con tutti i suoi più begli averi. Consentono persino di poter apprezzare e bramare una morte tragica e dolorosa.
Feltrinelli invece muore in un incidente… nel tentativo di fare esplodere un traliccio. Muore cercando di avere addosso qualcosa che non lo identifichi. Un documento falso. Una foto senza baffi.
Allora, cercando di riprendere il filo, oggi cosa possa servire vedere quel corpo a terra… oggi dove l’abitudine e l’assuefazione a certe immagini porterebbe solo a dire – Che brutta fine che hai fatto… e pensare che con tutti i soldi che avevi potevi startene a casa a fare il signore…
Non voglio che questo baleni nella mente dei miei lettori nemmeno per un istante. Non voglio che la memoria di chi ha dato tutto per un ideale sia sporcata da un discorso sciocco e materialista. Lo difendo? Certo! Difendo una memoria. Una storia. Una vita. Lo so non è possibile difendere fino alla fine questo ricordo… che dopotutto ognuno di noi rimaneggia. Voglio solo certificare che una volta Giangiacomo è stato… ha lottato ed è morto… Ma per fare questo il certificato di morte non serve, basta sapere che è nato per certificarne la morte. In fondo "Lei" senza troppe chiacchiere si appollaia al nostro capezzale gia in culla.

PS Una foto c’è ed è quella del luogo… da lontano. Una foto per avere memoria, come ha memoria un luogo. Una foto di un traliccio a Segrate.

Salve

Estate 1969: La minaccia di un colpo di stato all’Italiana

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Tutte l’energie che si sono scisse e distribuite, quello che in maniera eclettica è stato Feltrinelli fino ad ora, sembra canalizzarsi in una cosa sola. Quasi come accade con gli affluenti di un grande fiume, tutto il passato, la lotta partigiana, la militanza nel PCI, le idee e le lotte editoriali, le influenze castriste confluiscono verso un’agire unico e irrevocabile… la lotta attiva e sul campo alla destra.
L’editore teme, e sicuramente non è una sua semplice paranoia, che la possibile rivoluzione che si stava costruendo, fosse messa in pericolo da un colpo di stato della destra. 
Nell’estate del ’64 si fu ad un palmo dal golpe del generale Giovanni De Lorenzo. Il suo, da quello che si dice oggi, non doveva essere un vero e proprio golpe ma semplicemente un progetto militare d’emergenza (Piano Solo) per catturare e allontanare dalla res pubblica i personaggi ritenuti politicamente pericolosi.
Difatti non avvenne, però tra il ’67 e il ’68 L’Espresso sollevo il polverone, dando così in pasto a tutta Italia la storia e il racconto dello scampato pericolo.
Quindi al di là di infausti timori, la democrazia in Italia aveva di che preoccuparsi.
Durante il ’68 Giangiacomo viaggia in lungo e in largo in Italia e comincia a muovere e smuovere tutto ciò che può essere definita come “sinistra extraparlamentare”. Tenuto sotto controlla dalle intelligence sia italiana che statunitense, si presta ad un gioco mediatico simpatico. Si fa fotografare per Vogue Italia in pelliccia. Grande disapprovazione si solleverà da chi gli sta attorno… ma solo anni dopo si riuscirà a capire la tragicità e una certa arguzia che stanno dietro questo gesto. Nel frattempo entra in contatto con molti giovani delle università i quali non sempre sono disposti ad accogliere bene la figura di questo “strano imprenditore”. Non lo vedono come uno di loro e a Roma scioccamente viene accolto da un coro di: «dacce e sordi». Nonostante ciò uno dei primi nuclei importanti col quale entra  in connessione è proprio localizzato nella capitale, ed è quello di Potere Operaio che si coagula attorno alla figura di Franco Piperno. Il giovane Piperno è scaltro e volenteroso, persona colta, ed è soprattutto interessata a muoversi al di là delle “semplici azioni politiche”.
Rispetto a quella che Feltrinelli porta avanti in Europa, l’idea del gruppo è meno legata ad un concetto di guerriglia incentrata sullo stile sudamericano e non crede nel ruolo guida dell’Unione Sovietica. Potere Operai è convinto che le lotte da fare nelle metropoli occidentali siano da gestire diversamente da quelle terzomondiste, e sostenevano soprattutto la centralità della calasse operaia.
Feltrinelli sostiene clandestinamente le loro pubblicazioni e acquista e distribuisce alcuni dei loro opuscoli.
In questo periodo conosce Sofri e anche il gruppo nascente delle B.R. ed entra in buoni rapporti soprattutto con Curcio. Anche con le B.R ci sono divergenze d’opinioni. Difatti pure loro non erano interessati ad una vera e forte guerriglia (in fondo anche un po’ eroica e romantica come la vedeva “il feltr”), ma più che altro ad azioni dimostrative ed esemplari.
La svolta avviene a Genova però quando nel 1969 entra in contatto con Lozagno, un ex comandante della lotta partigiana, che nonostante l’età (più che cinquantenne) è ancora attivo e volenteroso.
Genova è una città piena di fermento e di persone intenzionate a lottare. Qui nasce la prima falange rivoluzionaria extraparlamentare di sinistra. È il gruppo XXII Ottobre che prende il nome proprio dal giorno in cui viene costituito. Il suo modo di agire è pratico e sovversivo. Non mira ad una lotta a lungo termine, ma crede in azioni di terrorismo e a pratiche di vere e propria rivoluzione.
Attraverso Lozagna l’editore entra in contatto con il gruppo. Egli cerca di creare coordinamenti, sempre tentando di mantenere molto riserbo  tra i vari raggruppamenti, che pian piano si vanno organizzando.
Questo è anche il momento dell’entrata in scena dei GAP Gruppi d’Azione Partigiana, il gruppo fondato e diretto dal Giaguaro in persona. Il nome s’ispirava a quello dei Gruppi d’Azione Patriottica nati nel ’43 su iniziativa del Partito Comunista che combattevano contro i nazifascisti. Feltrinelli volle così riannodare le sue azioni con quella della lotta partigiana durante la Resistenza italiana.
Dell’estate del 1969 è l’opuscolo redatto da Giangiacomo e distribuito dalla Feltrinelli “Estate 1969: La minaccia di un colpo di stato all’Italiana”. Quattordici pagine circa in cui l’editore tratteggia la situazione italiana e le eventuali azioni che avrebbero portato alla presa del potere da parte della destra.
Con la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta, la situazione si fa insostenibile. Sono gli anni della Nato onnipresente e del tentato golpe Borghese. Momenti in cui Feltrinelli è sempre più pressato, ed è soprattutto la stagione di Piazza Fontana (12 dicembre 1969).
A questo punto Feltrinelli da un altro scossone alla sua vita già profondamente segnata dalla militanza a sinistra. Le indagini sull’attentato di Piazza Fontana lo chiamano in causa. La polizia lo cerca… In fondo egli davvero non centra e avrebbe anche il modo per mostrarlo, ma non è intenzionato a farlo. Sente sempre di più che non serve. Rischierebbe solo di rimanere invischiato nelle “maglie della destra” che ha conquistato, a dire di Feltrinelli, la magistratura. Quindi nonostante il primo pensiero che gli balena è di correre a Milano a parlare e mostrare la propria lontananza dai fatti, cambia idea e si da alla clandestinità. La prima protezione gli è fornita da Lozagno a Genova. Da questo momento attraverso vari contatti vive e soprattutto lotta in clandestinità, fino alla poco chiara e tragica morte avvenuta a Segrate nel 1972.

Alt! Fermo qui il discorso. Qualcosa ancora da dire sulla vita/morte di questo personaggio c’è… ma no sento il bisogno di doverlo fare. Non credo che alla fine di questo ragionamento possa servire, soprattutto essendo quest’altra parte ancora non perfettamente definita.
In questa riflessione ho cercato attraverso la narrazione e la storia di delineare un’immagine della poliedrica persona che Giangiacomo Feltrinelli è stato. Ho voluto che il discorso componesse pian piano la figura slanciata, lo sguardo miope e i baffi sornioni del Giaguaro, per poter capire un’epoca, un’agire ed un personaggio.
Ora che sono alla fine di questo discorso voglio proporre a compimento di questo mio ritratto delle foto. Immagini note e più o meno note che permettono di intuire e cogliere l’uomo Giangiacomo, l’editore e il compagno. Cosa dire ancora?

Salve e a presto

Galleria Fotografica

L’editore di Fidel?

l’editore di fidel

 

Durante gli anni sessanta la casa editrice e le librerie hanno un grande sviluppo. Tanti i testi che si pubblicano e consistente la partecipazione di autori stranieri. Ovviamente seguire il suo lavoro editoriale così rapido e in continua crescita esula un po’ dal nostro percorso di ricerca. Vale comunque sempre la regola del Giaguaro, mosse rapide e colpi inattesi. Gli spazi sotto la libertà di movimenti di Feltrinelli si riducono e le pubblicazioni davvero sorvolano  abbracciano più di mezzo globo.
Dopo lo strappo che Giangiacomo ha con il partito e con l’unione sovietica (anche se sarà uno strappo momentaneo e che non metterà in nessun modo in gioco il ruolo di guida che per Feltrinelli l’URSS, sarà chiamata ad avere), i suoi rapporti cambiano direzione e si rivolgono verso il Sud America e Cuba.
Va a Cuba per la prima volta nel 1964 perché è intenzionato a pubblicare un libro di e su Fidel Castro. I rapporti all’inizio non sono semplici. Castro si aspettava il classico imprenditore con cilindro e ghette, invece si trova un giovane e poco ingenuo editore. Feltrienelli incalza con le domande e cerca di capire qual è la politica di Fidel. Il Leader Maximo non ha una vera idea politica. È un rivoluzionario, ed ha in testa un sacco di idee e concetti che snocciola mentre parla. Già da subito il libro non sembra andare avanti con grande ordine. A volte mentre parla di Cuba e dei suoi rapporti internazionali, s’interrompe e inizia a parlare di cucina o a fare altro come giocare a canestro. L’anno successivo ritorna nuovamente a Cuba oramai la faccenda del libro è conclusa non con una pubblicazione ma con un blocco a cui no fa seguito una ripresa.
Nonostante questo l’amicizia con Fidel cambia Giangiacomo che era uscito con molta amarezza e disillusione dalla faccenda dottor Živago e dallo stesso PCI.
Nel ’67 è di nuovo a Cuba ed è in questo momento che entra in possesso di una delle più famose fotografie del Novecento. Qui all’Avana diventa amico con il fotografo Korda che gli regala la famosissima foto scattata al Che il 5 marzo 1960, in occasione delle esequie delle vittime dell’esplosione della fregata La Coubre.
 Sempre in questo stesso anno si trova in Bolivia dove è tenuto sotto controllo dalla CIA e per ordine del quale sarà arrestato ed espulso.
Durante l’anno successivo si trova all’Avana per ben due volte.
Sono questi gli anni in cui la visione di Giangiacomo tende ancora di più ad aprirsi e a rendersi conto che servono alleanze ampie e azioni  forti. All’epoca della prima visita scrive un saggio “Guerriglia e politica rivoluzionaria” riferito alla situazione italiana. Sembra vedere in questo breve testo un antesignano dei depliant che appronterà e farà stampare all’epoca delle lotte. La seconda visita serve per fargli avere i “Diari del Che” che lo stesso Feltrinelli tradurrà e pubblicherà cedendo gratuitamente i diritti d’autore.
Siamo alle porte del ’68 e tante cose stanno per avvenire, anche e soprattutto per Feltrinelli. La sua oramai figura è ancora più tenuta sotto controllo. La CIA lo segue perché lo ritiene un castrista in Europa.
Giangaicomo ha cambiato molto il suo modo di pensare negli ultimi anni. Le frequentazioni sudamericane lo porteranno a fare un simile progetto anche per la situazione occidentale. In questo tipo di prospettiva, fomentata poi dalla possibilità di un colpo di stato della destra, si affaccia una forte e insistente idea, quella di passare all’azione e nella più totale clandestinità.

 

“Sono l’editore della cultura vera e libera… non del PCI”

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Nonostante tutti gli sforzi del PCI per dare direttive alle azioni di Feltrinelli in ambito editoriale, non riusciranno a imporgli di non pubblicare il dottor Živago di Boris Pasternak, ma andiamo per gradi e cerchiamo di sbrogliare la matassa partendo dal bandolo.
Nel 1956 Feltrinelli viene a conoscenza della pubblicazione imminente di un giovane autore Russo in Unione Sovietica. Il suo nome è Boris Pasternak. Fin qui niente di veramente interessante, se non fosse che le norme che regolano il copyright in occidente (Convenzione di Berna) non erano state accettate dall’URSS. Vediamo di capire cosa potesse significare praticamente questo: se un’opera veniva pubblicata da paesi non aderenti alla Convenzione di Berna, non era tutelata da alcun diritto d’autore. Qualora uno dei paesi aderenti, nei trenta giorni successivi l’avesse pubblicato ne avrebbe acquisiti i diritti e la possibilità di proteggere l’opera e l’autore. Nel caso in cui invece passati trenta giorni nessun editore “occidentale” avesse acquisito i diritti dell’opera, questa avrebbe perso qualunque possibilità di essere protetta, ma sarebbe potuta essere stampata da chiunque.
Quando l’editore milanese viene a conoscenza dell’opera, il suo autore stava aspettando che la casa editrice di stato desse il beneplacito al romanzo e iniziasse la pubblicazione. Feltrinelli quindi non sarebbe stato in realtà il primo editore del dottor Živago, ma visto le norme editoriali a livello internazionale di cui sopra lo sarebbe stato effettivamente.
Per far sì che il romanzo di Pasternak fosse pubblicato in Italia il giorno dopo alla pubblicazione in Unione Sovietica, Feltrinelli chiede all’autore, attraverso Sergio D’Angelo, di avere prima possibile il manoscritto. Siamo verso la metà di Maggio del ‘56 e Feltrinelli va a Berlino per incontrare D’Angelo e prendere il volume scritto in cirillico.
La situazione comincia a complicarsi fin da subito. Feltrinelli fa leggere il manoscritto ad un suo uomo di fiducia il quale giudica positivamente la pubblicazione del testo. Viene allora avviata la traduzione in italiano. Nel frattempo per Pasternak le cose non vanno benissimo. Il Kgb è fin da subito a conoscenza dei rapporti che lo scrittore sovietico ha con Feltrinelli, e in Unione Sovietica si rimanda sempre di più la pubblicazione dell’opera.
Giangacomo e Pasternak hanno per vari mesi scambi di lettere e di messaggi via telegrafo. Non tutti i messagi che l’autore del dottor Živago manda sono reali o comunque da prendere in considerazione. Feltrinelli lo sa e si muove con molta sclatrezza anche quando è lo stesso PCI a chiedrgli formalmente di non pubblicare il romanzo e restiture  il volume manoscritto.
Alla fine della storia l’editore si prende tutta la responsabilità della pubblicazione e il ventitre del 1957 il dottor Živago è in vendita.
Il motivo di tanto fracasso stava nel fatto che l’opera di Pasternak viene interpretata dall’URSS come un testo antisovietico. Lo scrittore invece scatta una foto ad una reale e non ottimale situazione e l’Unione Sovietica non vuole che ciò venga sbandierato ad i quattro venti. Feltrinelli ovviamente non è antisovietico, e non porta avanti le sue scelte per andare contro il Partito. Lo fa ancora una volta per tenere fede alle sue idee editoriali e culturali. Feltrinelli dopo quattordici anni trascorsi nel partito è messo alla porta e nel ’58 Boris Pasternak vince il premio Nobel per la letteratura.